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…quanto è bello ‘o presebbio! (Eduardo)
1989
E continuano a chiamarlo Natale, questo
commercio vile di teneri abeti e di catene di palle colorate, di fili d’oro
e d’argento, di luci singhiozzanti e di comete. 195… “Regem venturum dominum venite adoremus”, “En clara vox redarguit obscura quaeque personans”. La novena è iniziata e nelle chiese la voce del prete e il coro dei fedeli esprimono con il canto la trepidante attesa per la nascita del Cristo. Tutto il paese-presepe si dispone ad accogliere il Diletto Pargoletto. E via al lavoro.
In molte case c’è l’angolo riservato al
presepe;
Entro in una casa dove fare il presepe è un’arte. Un’intera stanza è occupata da assi di legno affiancati orizzontalmente e disposti in modo da formare un piano inclinato, che parte a poca distanza dal soffitto e si ferma ad un metro dal pavimento. Donato, aiutato dal figlio, è intento a riprodurre, con pietre, cioccheri3, taccolette4 e segatura le case, le piazze, le scale, i valloni e le fontane di Buonalbergo.
Ma di fare presepi non ci si sazia. Corro, perciò, alla chiesa di San Carlo, dove quest’anno se ne prepara uno straordinario con i pastori in movimento. Incollati su una cinghia di trasmissione, sottratta al mulino e fatta girare da un motore elettrico, una decina di grossi pastori sbucano da un antro, ad una certa distanza l’uno dall’altro, percorrono il presepe per tutta la sua lunghezza, poi si tuffano in giù e scompaiono. Riappariranno fra poco. Il loro viso non è come quello delle altre statuine che popolano il presepe, è molto più luminoso: su di esso si riflettono il mio stupore e la mia gioia, che si rinnovano ad ogni loro apparizione. Poi subentra l’impazienza di far nascere il Bambino. Quanti parti prematuri! E quanto impegno nel portare nella culla delle mani questa bionda testolina, queste braccine spalancate e queste gambette incrociate. “E’ più grande il Bambino di San Carlo o quello della Chiesa Madre?”, mi chiedo mentre li bacio, il giorno dell’Epifania, là dove la mano del sacerdote muove rapida l’ovatta.
Adesso, un terremoto fa cadere tutto: case,
montagne e ponti. Recupero i pastori, li conservo con cura e penso che
l’anno prossimo da Pascariello ne comprerò altri. Mangio un torrone e vado a
giocare a cartocci5.
197… Ne vedo di presepi…dove la notte e il giorno si susseguono nel giro di minuti, dove ponti levatoi si abbassano e si rialzano, dove le sentinelle vigilano sui bastioni, dove gli ammolaforbici6 pedalano, dove i fornai infornano il pane, dove i contadini zappano, dove le donne fanno girare il fuso, dove le vele si agitano al vento. Ne sento di presepi…dove il martello batte sull’incudine, dove l’acqua gorgoglia nel greto sassoso di un torrente, dove cigola la carrucola del pozzo, dove si battono i panni nel lavatoio.
1989 E questo presepe7 me li fa rivedere e risentire tutti.
1. tempe: forme di muschio di grandi dimensioni 2. sparachere: piante di asparago 3. cioccheri: ciocchi 4. taccolette: tavolette 5. cartocci:parti della confezione di cartone che contiene i torroni 6. ammolaforbici:arrotino 7. questo presepe: si fa riferimento al presepe realizzato da Fernando Iorio nel soccorpo della Chiesa Madre di Buonalbergo
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